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Mi chiedo come abbia fatto – come fosse strano e impossibile – invece è fin troppo semplice rispondere alle domande che pongo a me stessa, adesso.

Non scrivo da mesi, ho concesso al mio lavoro, alla mia smania di risalire, alla mia sete di soldi, di mangiarmi viva. Letteralmente.

Ho tanto di quel veleno in corpo che ho smesso anche di scrivere, di scrivere con quell’amore che mi ha portata qui per giorni e giorni, per settimane, per almeno tre anni, ormai quasi quattro.

Mi chiedevo come mai non avessi più spunti, ho provato a trovare un motivo dietro il fatto che ormai – con i miei spazi nella casa nuova – non avessi più necessità di raccontarmi, eppure non ci stavo nell’idea che scrivere, per me, fosse solo uno sfogo. Pari a vomitare.

Ho provato a trovarci un motivo dawsonscreekiano stile: da quando ho avuto una delusione d’amore, ho anche perso il motivo per esprimere la mia arte.

C’era qualcosa di più primitivo dietro, in realtà, e l’ho scoperto solo grazie ad una persona che mi ha guardato in faccia dicendomi: “Hai bisogno di riposarti, staccare, o impazzirai. E rischi di fare fuori anche me dalla tua vita”.

Finché potevo incolpare qualcuno di qualcosa, ho considerato come male minore il mio tagliare fuori tutti, allontanare e allontanarmi. Lo reputavo un moto coraggioso degno di orgoglio e soddisfazione. Mi sono isolata con mia somma felicità, andando a vivere da sola, circondandomi di libri, tazze, quadri, stampe da parete e silenzio comprensivo e avvolgente, ma ho smesso di essere così graniticamente convinta che fosse il meglio quando ho condiviso le mie giornate libere con qualcuno che trovava bello e coinvolgente fare le stesse cose che avrei fatto io.

Abbiamo camminato guancia a guancia senza allontanarci, solo per provocare in me un moto uguale e contrario di rivendicazione della mia libertà che rischiava di sembrare solo questo, e invece sotto l’occhio di una persona esterna e fortunatamente meno coinvolta dal mio modo di vivere e pensare è semplicemente apparsa come un’esagerazione del mio attaccamento al dovere, al lavoro.

Non aspettavo che arrivasse un estraneo per interpretare le mie intemperanze degli ultimi tempi, ma è vero che una visione esterna è decisamente più oggettiva e chiara di quella che abbiamo noi, dall’interno.

Ho guardato indietro e mi sono vista mentre sgomitavo per liberare tutto lo spazio attorno a me delle persone care: ho allontanato la mia famiglia, ho tenuto a bada avvicinamenti di persone più o meno affezionate e affettuose, ho tagliato via gente che potevo dimenticare.

Ho sempre fatto solo questo tenendo, invece, vicino il lavoro, i colleghi, le persone conosciute a causa del mio impiego ma che non sono diventate propriamente amiche mie. Mi sono sempre tenuta nel giro, evitando di crearmi un’intimità nella quale non far entrare questi elementi che, a poco a poco, mi hanno divorata e denudata.

Ho visto da fuori una persona sull’orlo della crisi di nervi, col pianto negli occhi, con l’umore ballerino, con irascibilità vergognosa e latente; forse non ho ancora detto abbastanza grazie per essermene resa conto.

No, non è stato solo lui a dirmi come appaio da fuori, già da questa estate ho potuto rendermi conto di quanto mi fossi spinta oltre, ma ero all’inizio del mio percorso di perdita dell’amore nei confronti di quel che faccio. Non potevo compiere quei passi del percorso senza incespicare e credere, almeno una volta, di essermi solo sbagliata.

Sì, ho creduto di aver esagerato un po’, e invece oggi ne sono sempre più convinta.

Voglio cambiare vita, il mio lavoro mi ruba tutto, persino la dignità: non posso chiedere i giorni liberi quando mi servirebbero, perché ci sono sempre le necessità più importanti di altri colleghi che, anche loro, hanno una famiglia e una vita da vivere.

Siamo costretti ad avere necessità ad alternanza, perché se uno di noi è in malattia, l’altro non può concedersi un giorno libero stabile e prevedibile, se uno di noi è in ferie, l’altro non può stare male improvvisamente e chiedere un giorno a casa per riprendersi con calma.

Siamo tutti guardati con ostilità, sottovalutati, sviliti, costretti a fare una corsa contro il tempo per provare a chiedere un giorno libero perché nostro figlio ha la recita o vogliamo partecipare ad un particolare evento e vorremo sapere di poterlo fare con ragionevole anticipo.

Non sappiamo quando avremmo mai le ferie, e se ne avremmo quante ne hanno avute i colleghi, è sempre un terno al lotto. Una schiavitù non denunciata.

Durante un turno da soli, per andare in bagno dobbiamo fare una corsa e lasciare l’attività in mano ad una persona fidata che, però, per l’azienda non è nessuno. ‘Basta fare la pipì prima che smonti il collega’, e come fare per spiegare che quando viene voglia di pisciare possono anche essere le quattro e non ci sono regole che tengano? Come fare a spiegare che se è così tanto fattibile basterebbe farlo tutti?

Non posso più perderci la testa, ho smesso di volerlo fare, ma ammetto di essere la prima stolta ad aver concesso tutta questa invasione.

Avevo sete di lavorare, mi sono data della ‘morta di fame’ per un bel po’ e ho accettato tutto, per questo.

Ieri ho letto il post di una donna che seguo da tempo, ho scoperto che la condizione mia è la condizione di tutti e che bisogna semplicemente avere coraggio…

Bisogna abbandonare tutto questo, rispettare noi stessi prima di pretendere che gli altri si ricordino che esistiamo.

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Altro bellissimo post dedicato all’argomento ubblicato su Macchiato con Zucchero: Preferisco il rumore del mare

Scritto da kisal | Pubblicato in Guerriera » Letto 1.259 volte » Pubblicato martedì 16 dicembre 2014 alle 12:44

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Giornalista Chiacchierona è un blog personale scritto da Cinzia Corda ed è stato aperto il 21 febbraio 2011.
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