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Tutti insieme, seduti su sedie di plastica bianche, ammiravamo lo spettacolo della città che si specchiava sul mare.

Non esiste un luogo come quello sognato, né c’è mai stato un momento così per me e la mia famiglia, riuniti semplicemente per ammirare uno silenzioso spettacolo.

La pace dura un secondo, il cielo è squarciato da un boato e una luce. Sento le urla di un fiume di persone che fino a quel momento erano nascoste chissà dove: “un missile!”.

Ci alziamo tutti da quelle sedie, cade tutto per terra, le persone sono come formiche e corrono ai ripari in una direzione che anche io, istintivamente percepisco come sicura.

Sento di averli abbandonati, mi rendo conto che se troverò riparo, non sarò con loro e immaginerò da lontano chissà qual disgrazie. Li ho persi in un istante, non mi sono assicurata – prima di fuggire – che avessimo tutte le nostre mani legate insieme, per vivere – o persino morire – insieme a loro.

Perdo le loro tracce, raggiungo una struttura che conosco e so che ha il suo piano più alto piuttosto al riparo, è come se fosse una torre, ma quando sono dentro ci trovo tutto ciò che ho nella mia casa: persino una di quelle tazzine che comprai in Germania, quando vivevo insieme a lui.

Nella torre, per sopravvivere alla notte, sono tranquilla, ma sto pensando già a come dovrò comportarmi quando mi verrà fame e sete nei giorni successivi, la mia mente corre subito al problema da risolvere e sta già cercando una soluzione.

Ci hanno attaccati, non siamo più liberi, non è più allarmismo da due soldi, non è più una finta, una minaccia, terrorismo psicologico: è tutto reale, è agghiacciante, non esiste più un lavoro, una macchina, la libertà, casa mia, casa nostra, i colleghi, gli amici, le ambizioni personali e professionali. C’è la prigionia e la fuga.

Uso tre bicchierini, una tazzina, ma lascio tutto a metà. Quella tazza è ancora sporca, la guardo la mattina dopo della notte in cui ho passato diverse ore a immaginare come sopravvivere in quella nuova fase di guerra.

Siamo in guerra, ecco, dopo averlo tanto temuto è successo.

E sento l’arrivo nei nemici, io sono in alto, non posso più fuggire.

Poi ci riesco, non so nemmeno come, non c’è lotta, non c’è disordine. Sono fuori, di nuovo, allo scoperto, senza un tetto, la calma è spaventosa, perché la percepisco solo come apparente.

Da qualche altra parte, qualcosa sta succedendo.

Mi sveglio e, appena un secondo prima di aprire gli occhi, sento quel sollievo crescente di essere ancora nella fase pre-guerra che, all’inizio del sogno, mi fa sentire fortunata del fatto che – nonostante minacce e paura di una bomba che sta per esplodere – non sia successo niente di davvero concreto.

Sono solo nel mio letto, il ventilatore acceso caccia via l’afa, fuori c’è silenzio, il telefono ha il caldo messaggio del buongiorno e una sveglia che non suonerà: sono libera dal lavoro oggi, posso rimanere ancora lì a crogiolarmi nel fatto che, pur lontani, ci siamo ancora tutti.

Penso solo al fatto che, ad essere sincera, tutte quelle sensazioni vissute nel sogno sono così metaforiche e familiari… l’unica cosa particolare è il missile. Perché un missile? Da bambina ho sempre chiamato missili tutti quegli aerei militari che talvolta vedevo nei cieli, mi hanno sempre spaventata per il loro boato, la velocità, la forma aguzza del velivolo. Li guardavo, esattamente come mi incantavo a guardare Airbus e Boeing vari che avvistavo, e nella mia mente dicevo “Fa’ che non cadranno proprio qui sopra, sulla mia casa!”.

Un mio eterno fantasma: la paura di vivere un bombardamento.

Ieri sera avevo programmato, vista la mia giornata libera, di fare una sorpresa a mamma e papà e andare a trovarli: cena tutti insieme, chiacchiere e notte da loro, poi oggi sarei ritornata indietro per sbrigare le mie faccende.

Non avevo neanche voglia di cucinare, mi sono concessa una pizza e l’ho comprata mentre rientravo a casa, sulla porta squilla il telefono ed era un’amica in preda ad una crisi di tristezza, viviamo vicinissime, lei era in strada da sola per fare una passeggiata ed allentare la tensione… ho mandato a monte i miei piani e sono corsa da lei, l’ho portata da me e ci siamo divorate la pizza e bevute la birra in due, spettegolando sulla faccenda che le stava così a cuore ieri sera.

Non sono andata dai miei, ho concluso la lista della spesa non in anticipo come previsto e sono rimasta a dormire qui.

Leggevo, tempo fa, che a volte i rumori che ci circondano non ci svegliano, semplicemente creano nella nostra testa degli spunti per fare dei sogni che partono da quello stimolo e diventano delle storie ricamate dal nostro inconscio.

Il fatto di vivere vicino all’aeroporto civile e alla base militare significa anche dover convivere col suono degli aerei che volano a bassa quota quasi a qualsiasi ora del giorno [e anche della notte, talvolta], così – leggendo su facebook sulla bacheca di Michela Murgia il titolone Altro che “esercitazioni”, la Sardegna sarà bombardata | Sardegna, sono “solo” esercitazioni militari: caccia israeliani in volo nei cieli dell’isola mi sono incuriosita e sono andata a leggere un po’.

La Murgia pesta il piede sul fatto che la giunta sua concorrente, nonché vittoriosa, alle scorse elezioni abbia preso delle decisioni piuttosto biasimabili riguardanti il ruolo di servitù militare della nostra isola.

La Sardegna è teatro di esercitazioni varie e la cosa pare si stia anche accentuando, negli ultimi tempi.

Mi ha fatto sorridere, pare che tutto inizierà ad ottobre, ma secondo me quel sogno così agghiacciante è nato proprio perché stamattina mi è passato sulla testa un qualcosa di parecchio rumoroso. Non lo saprò mai.

Sono partita da quel rumoraccio, forse vero o forse solo immaginato, per avere un rimprovero della mia coscienza che voleva dirmi: hai un sei disegnato sulla pelle ma, quando le cose sono difficili, tu li abbandoni tutti e ti salvi da sola.

Stavo per andare da loro ma ho lasciato perdere, dando per scontato di avere tanti domani per farlo.

Quando vengo lasciata libera di fare le mie tanto agognate scelte mi ritrovo spesso davanti allo specchio e, intimamente, mi do della sciocca.

Ma solo di nascosto, non ho il coraggio di dirlo a nessun altro.

6noi

Scritto da kisal | Pubblicato in Nostalgica Pensierosa » Letto 944 volte » Pubblicato lunedì 28 luglio 2014 alle 12:03

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